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PALERMO:MAFIA: OMICIDIO GUARDIA GIURATA, COSI' I BOSS DECISERO DI UCCIDERLO

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Palermo, 13 dic.- (Adnkronos) - L’intera cosca capeggiata dal capomafia indiscusso Rosario Riccobono fu messa in campo, 33 anni fa, per sequestrare e strangolare il maresciallo Calogero Di Bona Di Bona, ritenuto responsabile di un ipotetico pestaggio subito in cella da un uomo d'onore, Michele Micalizzi, gia' legato da vincoli sentimentali alla figlia del boss Riccobono. Ecco come venne decise nel 1979 l'eliminazione della guardia carceraria dell'Ucciardone di Palermo, su cui solo ora la Dia di Palermo ha fatto luce. "Non sono stati reperiti atti che suffragassero questo evento - spiegano gli inquirenti - ma si e' accertato che lo stesso Micalizzi era stato condannato, nel 1979 alla pena di otto mesi di reclusione, proprio perche' riconosciuto colpevole del reato di lesioni in danno di un agente penitenziario". Le indagini della Dia hanno dimostrato che l’omicidio del maresciallo Di Bona risulta comunque correlato a quest’ultimo episodio, avvenuto all’interno delle mura del carcere palermitano dell’Ucciardone il 6 agosto 1979, quando una giovane ed inesperta Guardia carceraria fu dirottata presso la famigerata IV sezione del carcere dove si trovavano ristretti numerosi uomini d’onore ritenuti maggiormente pericolosi, che al tempo stesso fungeva da infermeria. La giovane guardia, constatato che quei reclusi si muovevano “ troppo liberamente”, avrebbe provato a richiamare quelli piu' indisciplinati, nel tentativo di farli rientrare nelle rispettive celle. Per tutta risposta un paio di loro lo aggredirono violentemente, tanto da costringerlo ad immediate cure, prestate presso la stessa infermeria del carcere. Sarebbe stato naturale avviare nei confronti dei detenuti un provvedimento disciplinare e contestuale deferimento all’Autorita' Giudiziaria, ma cosi' non avvenne. "L’unico detenuto individuato senza incertezze dalla vittima, non sconto' di fatto alcuna sanzione disciplinare e, probabilmente, se le cose fossero andate come illecitamente pianificato, non avrebbe subito nessuna conseguenza penale per quel gravissimo comportamento - dicono gli investigatori - Ma le cose non andarono come auspicato dai boss mafiosi coinvolti nel fatto: una cruda e spietata missiva, vergata da anonimi agenti carcerari, venne inviata intorno alla meta' di agosto del 1979 alla Procura della Repubblica, al Ministero di Grazia e Giustizia e a due quotidiani cittadini, che, pero', la pubblicarono soltanto dopo l’avvenuta scomparsa di Di Bona". Nell’anonimo, le guardie lamentavano non solo la mancata punizione del detenuto, etichettato con epiteti diffamatori, reo della vile aggressione in danno del loro compagno di lavoro, ma anche “il potere di mafia” esercitato dai boss all’interno delle antiche mura borboniche dell’Ucciardone. "La giustizia degli uomini avrebbe agito con lentezza e con esiti incerti, al contrario, il “tribunale” della mafia, frattanto entrato in possesso della missiva, ancor prima della pubblicazione da parte degli organi di stampa, sentenzio' in maniera rapida e spietata - dicono ancora gli investigatori - Ebbe, infatti, da qui inizio un escalation di episodi intimidatori nei confronti degli appartenenti all’Istituto Penitenziario cittadino, nell’ambito di una vera e propria contro-offensiva, che culminera', appunto, nel sequestro e successivo omicidio del sottufficiale, “portato” al cospetto di Cosa nostra, al fine di indicare gli autori di quella missiva, che, “oltraggiando ” Micalizzi e l’intera organizzazione criminale, forni' l’input per altri provvedimenti penali, anche a carico di Micalizzi". (segue) Adnkronos 13-DIC-12 09:51

MAFIA: OMICIDIO GUARDIA GIURATA, COSI' I BOSS DECISERO DI UCCIDERLO (2) PER MOLTI ANNI SUL DELITTO E' CALATO IL SILENZIO, ORA LA DIA HA FATTO LUCE (Adnkronos) - Per molti anni su questi delitti e' calato il silenzio piu' cupo e tipico degli orrori di mafia, ma le indagini condotte dalla Dia e coordinate dalla Procura di Palermo hanno permesso di mettere in luce molti lati oscuri dell’omicidio Di Bona, che allora ha avuto quale triste scenario il sistema carcerario palermitano degli anni 70/80, con tutte le sue ombrosita' e lacune. Numerosi sono stati gli ex colleghi della vittima interrogati sui fatti di quei giorni tristissimi, che ancora oggi hanno faticato a ricordare con genuina precisione un articolato di episodi la cui intrinseca natura e' rimasta comunque nell’ombra. La Dia si e' avvalsa, in sede di complementarieta' probatoria, delle propalazioni accusatorie di alcuni collaboratori di giustizia, particolarmente vicini agli indagati o pienamente inseriti nel mandamento criminale capeggiato dal sanguinario Riccobono, anche al fine di attribuire puntuali ed inequivoche responsabilita' penali in capo agli odierni indagati. In effetti, il macabro episodio vide coinvolti, a vario titolo, diversi uomini d’onore, alcuni dei quali oggi deceduti, ed in particolare, oltre al boss Riccobono, mandante ed esecutore dell’omicidio, due dei suoi uomini di fiducia, Salvatore Lo Piccolo e Salvatore Liga, noto 'necroforo' al soldo di Cosa nostra. Lo Piccolo, catturato nel 2007, dopo 25 anni di latitanza, ai vertici di Cosa nostra palermitana dopo la cattura di Bernardo Provenzano, in atto sconta la pena dell’ergastolo ed e' sottoposto al regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario. Liga, arrestato nel '93, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Tommaso Natale (PA), ha svolto sin dagli anni ’70, con piena partecipazione criminale, anche il ruolo di “necroforo” dell’organizzazione mafiosa. Presso il suo podere, luogo di ritrovo abituale per gli aderenti al sodalizio criminale, ubicato nel fondo De Castro, sono state uccise decine di persone e ne sono stati eliminati i cadaveri mediante scioglimento nell’acido e successivo incenerimento dei resti all’interno di forni di proprieta' dello stesso adibiti alla produzione del pane. Adnkronos 13-DIC-12 09:52