Tre militari a giudizio per droga Traffico in ex Callegari: le decisioni del gup. Prosciolto un agente della penitenziaria, anche una guardia giurata finirà a processo per spaccio
RAVENNA - Tre carabinieri e una guardia giurata rinviati a giudizio: questa la decisione del giudice per le udienze preliminari Anna Mori riguardo ad un presunto traffico di droga in zona ex Callegari, la fabbrica dismessa che fino a pochi anni fa sorgeva alle porte del centro. Nel procedimento compaiono anche cinque pistole sottratte a cavallo del 2000 all’allora comando provinciale dei carabinieri. Per i quattro, originari delle province di Lecce, Latina, Roma e Ravenna il processo prenderà al via il 22 gennaio di fronte al tribunale collegiale. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Cinzia Montanari, Carlo Benini, Umberto D’Autilia e Giovanni Scudellari. Il gup Anna Mori, su richiesta del pm Cristina D’Aniello ha accolto il non luogo a procedere per un agente di polizia penitenziaria, originario della provincia di Roma, a suo tempo accusato. Nell’inchiesta sono coinvolte altre quattro persone: due carabinieri (originari delle province di Lecce e Rovigo difesi dagli avvocati Claudio Angeli e Claudio Cardia ), che hanno chiesto il rito abbreviato, e due spacciatori tunisini, difesi dall’avvocato Luca Donelli, che hanno deciso di patteggiare la pena. Tutti i protagonisti di questa vicenda sono stati trasferiti dal comando di Ravenna. Il castello accusatorio parte dalle rivelazioni dei due fratelli tunisini. La mente di tutto, secondo l’accusa, sarebbe C.C., un vicebrigadiere di Latina: era lui a organizzare, a distribuire, a smistare. Si tratta - ha riferito chi lo ha conosciuto - di uno molto tosto a suo tempo. Uno che, grazie ai suoi confidenti, era riuscito a cavallo degli anni 2000 in appena 18 mesi a permettere il sequestro di qualcosa come 40 chili di eroina. Nella storia ad un certo punto s’infilano pure le armi. In elenco ci sono cinque pistole, sparite da un armadio-cassaforte della caserma dei carabinieri. Fatto accertato nel 2006, durante un trasloco, ma commesso - è ancora l’accusa a sostenerlo - attorno al 2000. Ci sono due Beretta calibro 22 con silenziatore, una Beretta calibro 7.65, una Luger calibro 7.65 e una Colt Mk calibro 45. Tutta roba sequestrata nell’ambito di altri procedimenti e finita chissà dove. Il dubbio della procura è che sia stata magari scambiata nell’ambiente dello spaccio. E gli altri militari coinvolti nelle indagini? Si sarebbero limitati a reggere il gioco spinti da un unico denominatore comune: il consumo della coca. Insomma, C. C. sarebbe riuscito a tenerli tutti sotto la sua regia sia per il carisma che esercitava che per la questione dell’accesso alla roba. Dobbiamo qui però precisare che un paio dei militari accusati, già a suo tempo - quando venne fuori che C. C. faceva uso di droga - si sottoposero agli esami tossicologici. Esami ripetuti in almeno un caso anche di recente e con lo stesso esito: negativo. In ogni modo, il sistema - secondo quanto ipotizzato dal pm - funzionava così: C. C., in ragione delle informazioni antiretata che passava ai tunisini, avrebbe percepito un fisso bisettimanale. L’ex vicebrigadiere inoltre avrebbe usato l’auto di servizio per trasportare droga. E avrebbe pure picchiato un rivale in spaccio dei due in cambio del pestaggio di un tossico che lo aveva denunciato. Ci sono poi le figure secondarie di questa storia: la guardia giurata, il ravennate rinviato a giudizio, e l’ex della Penitenziaria, prosciolto.
Fonte ROMAGNANOI 17 novembre 2009

